Dubbi, le Paure, le Voglie piu' Ricorrenti
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La menopausa è l’evento forse più riservato, più silenzioso, spesso l’inzio di una attesa. Mentre nell’adolescenza la prima mestruazione, il menarca, era stato qualcosa di eclatante, in questa fase predominano i dubbi del ritardo e la cultura del riserbo, il cosidetto passaggio muto. I primi stati d'animo sono proprio di dubbio: ...Ci sono? ...di giá? ...O forse é una gravidanza?
Nell'attesa di risposte piú certe, per alcune prende corpo la paura di sapere, il timore della conferma, e delle conseguenze. La paura di essere sola diventa quasi tangibile: sola rispetto al compagno, alle proprie amiche, sola rispetto al futuro. Si riaffacciano ricordi lontani, magari quelli della prima mestruazione, spesso con evidenti analogie: quanto improvviso ed obbligato il primo flusso, tanto impreviste ed inappellabili le mancanze, ...questo vuoto che sembra indefinito... . Per molte i ricordi del menarca, che sembravano cancellati, ritornano vividi, quasi immediati, assumendo i toni melanconici del rimpianto. Il novero delle cose non realizzate, può diventare frustrazione, le prospettive piú assottigliate, improbabili.
La paura di scoprirsi diversa, diversa da prima, quando si era giovane.
Le modifiche del corpo e del viso, giá comparse da anni, sembrano ora piú marcate, diventando ora segnali più inquietanti.Le reazioni sono individuali: spesso, quasi per segnalare a sé stesse ed agli altri la svolta che si stà attuando, o per dare significato ad un cambiamento cruciale della propria vita, o per rendere manifesto quanto si stà verificando nell'intimo, vengono attuati precisi rituali. Sono i cosidetti riti del cambiamento; fino a qualche anno addietro le vedove di cinquant'anni, sopratutto nel nostro meridione, indossavano il lutto e non lo toglievano piú: era un modo per indicare che, finita la vita da sposa, abbracciava ora quella di nonna. Quasi si volesse diventare piú visibili, alcune modificano il proprio aspetto esterno: a volte con trucco piú pesante, altre volte tagliando i capelli, o assumendo nuove tinte, oppure ostentando i propri capelli grigi. Oppure eliminando il trucco, peraltro diventato meno agevole anche per l'incipiente presbiopía.
Vi sono anche i riti negativi, sacrificali: molte donne insistono per farsi asportare l'utero, come un desiderio di voler finire qualcosa prima di subirla, o di farsi infliggere ferite all'addome, svalutato come oramai sterile, inutile. Mentre all'opposto, altre donne, per conservare il simulacro della femminilità, malgrado sintomi spesso gravi, rifiutano il consenso all'isterectomia, anche in casi estremi.
Molte donne sono spaventatissime dall'idea che, una volta raggiunta l'epoca della svolta, tutte le cose lette sui giornali o sentite dalle amiche - vampate, instabilitá emotiva, osteoporosi e malattie cardiovascolari - possano piombare su di loro tutte insieme e tutte in una volta. Come se non esistessero più differenze fra una donna di 50 anni ed una di 70.
Paura che a quello che viene visto come inesorabile decadimento fisico si accompagni anche un precoce decadimento psichico: piccole amnesie, finora verificate quasi con banalitá, diventano segni preoccupanti di una progressiva perdita di memoria, segno precoce di arteriosclerosi cerebrale, timore di Alzheimer.
Paura anche, a volte, di non esser piú in tempo per fare o concludere quanto si desiderava: per dimagrire come per iniziare un nuovo lavoro, per modificare i propri ritmi, la propria quotidianitá. In una fase in cui tutto sembra essere un seguito o una conseguenza, si ha quasi paura di rendersi ridicole nell'iniziare nuove avventure, sia di vita che di lavoro. Sembra quasi ineluttabile cominciare il conto alla rovescia.
La paura di scoprirsi più vulnerabile, facile al pianto, soggetta a crisi di panico. Paura di essere insomma di essere diventata diversa, di esserlo diventata definitivamente. Non solo paura: anche rabbia, risentimento, ribellione. Voglia di infrangere regole e consuetudini. Voglia di libertà.
Da queste paure esistenziali alle paure piú immediate: del buio senza sonno, degli incubi notturni, della solitudine e della invaliditá, delle vampate che tradiscono le proprie ansie.
Le paure hanno un fondamento di obiettività?
Naturalmente su ognuna di queste paure sarebbe utile soffermarsi. Per esempio quella di vecchiaia incipiente. Certo, da giovani, si é guardato alla svolta dei cinquant'anni come ad un evento preciso, uno spartiacque che separava l'altra etá, quella appunto di vecchiaia. Ma é proprio vero? Quante cose, viste da adolescenti, si sono poi verificate erronee, confuse, distorte? Guardando indietro forse si può riconoscere che i cambiamenti sono stati continui: anche in una ragazza, fra i 18 ed i 25 anni spesso si colgono i segni del tempo trascorso. In realtà ogni etá, manifesta i suoi segni, che appaiono gradualmente. Molti uomini, dopo i 30, manifestano i primi segni di calvizie, dopo i 40 cominciano ad avere livelli piú elevati di pressione arteriosa, a 50 sono fortemente vulnerabili ad accidenti cardiovascolari. Eppure, di molti uomini, a 45-50 anni, se ne parla in termini positivi: come di persona arrivata, o, tutt'al piú, di persona matura. Per la donna coetanea, malgrado una aspettativa di vita piú lunga, spesso si parla di persona anziana.
La realtá é che spesso si vive un presente ancora legato a modelli antichi, alle sensazioni delle proprie madri. Ci si confronta con il passato, sfumandone, nel ricordo, le angosce e le difficoltá. Altre volte, pensando agli errori commessi, si cancellano le circostanze, le attenuanti, i dubbi di allora: si assume un atteggiamento negativo e svalutativo. Quanto sarebbe piú utile richiamare le tante risorse e riappropiarsi delle potenzialitá accumulate, l'orgoglio delle avversitá attraversate, dei momenti difficili che hanno insegnato (ossia creato un segno) ! E quanto più utile se, da questo patrimonio, si riuscisse a trarre il coraggio e la fiducia dell'andare avanti, abbandonando le riserve antiche e pre-giudiziali, riconoscendo quella autonomia sicuramente giá maturata, o finalmente intravista, per proiettarsi in un proprio futuro, piú o meno ricco, ma nel quale cercare di volersi piú bene, di prendersi cura di sé, delle proprie debolezze, delle proprie esigenze. Ribaltare la sensazione di non aver concluso nulla.
Le amnesíe: non vi é dubbio che la capacitá di ricordare singoli episodi, o singoli nomi, vada riducendosi nel tempo. Ma solo raramente assume un significato grave o patologico. Sottoponendo molte donne a precisi tests per la valutazione della memoria, solo 3 su 60 sono risultate con deficit significativi: di queste una era stata precocemente colpita da ictus. É molto probabile che ognuno di noi, andando avanti negli anni, scelga, piú o meno consapevolmente, cosa ricordare, su cosa concentrare la propria memoria. Quasi si diventasse piú parsimoniosi, piú accorti nell'usarla: un pó come si fá con la memoria di un computer, che, all'inizio ci sembra illimitata, e che poi impariamo a risparmiare. Forse é piú corretto riconoscere che, nella maggior parte dei casi, piú che diminuire, la memoria diventa sempre piú selettiva e rispettosa delle proprie esigenze emotive: capace cioé di rimuovere tutto ció che é poco significativo, o emotivamente spiacevole. Ed infine, che anche la memoria, come i muscoli, riesce ad essere tanto piú efficiente quanto piú allenata.
Sapersi ribellare ad essere sempre e soltanto giovani
In un contesto sempre piú affascinato ed ossessionato dal giovanilismo, puó apparire quasi inevitabile avere paura di non essere piú attraente, visibile. Già nell'adolescenza si é avuto paura delle trasformazioni del proprio corpo: da ragazza, la comparsa di un seno pronunciato aveva suscitato la paura dei nuovi simboli sessuali, del proprio divenire adulta, di sensazioni ancora poco decifrabili. La svolta della menopausa ripropone paure forse equivalenti. Sopratutto di essere dissociate fra il sentire e l’apparire, nel vivere la propria fisicità soprattutto nel ricordo di come si era, e di come si sarebbe voluto restare. Spesso si cerca il confronto con gli altri, per accettarsi meglio, vedendosi ben accettata. Alcune donne si dánno ad una frenetica vita di relazione, per incontrarsi con altre persone: per essere meno invisibili, e anche per vedere, per scrutare come gli altri reagiscono ai nuovi capelli bianchi, alle rughe meno nascoste, ai segni piú espliciti della nuova etá, andata oltre il confine.
Occorre invece saper essere indulgenti con sé stesse, sapersi vedere per quello che si é, in conseguenza di quello che si è state. Dei propri errori come delle proprie acquisizioni. Della propria storia. Tanto piú importante quanto irripetibile, ed unica ad appartenerci. Occorre saper imparare a coltivare la fiducia in sé stesse. Imparare non piú a pre-occuparsi di sé, ma finalmente ad occuparsi di sé. Dedicarsi cure specifiche, risolvere esigenze precise. Gratificarsi. Avendo fiducia in ció che si puó ancora fare per sé stesse, conoscendosi da vicino. In questa prospettiva evitare l'isolamento diventa fondamentale e veramente fruttuoso: sopratutto per stabilire rapporti significativi, per comunicare, per condividere.
Intendiamoci: l’angoscia dei cinquant'anni è giustificata, esistenziale, inevitabile. Come del resto quella dell'adolescenza, della gravidanza, del parto. Ma, occorre mettere in gioco nuove energie. Per ognuna di quelle età vi erano remunerazioni precise: i nuovi diritti del diventare adulta ed autonoma, del diventare madre, dell'acquisire la gioia di un figlio. Quella che ora si propone è meno evidente, meno declamata e celebrata, ma forse non meno importante e remunerativa: il piacere del vivere bene con sé stessi, del continuare, o spesso dell'imparare a vivere gioiosamente. Anche di fronte a questa angoscia non vi sono ricette o scorciatoie di valore assoluto. E non é possibile attraversarla senza turbamenti e paure. Ma, quasi sempre, puó essere superata se si riescono a riconoscere le proprie potenzialitá, sviluppatesi comunque negli anni trascorsi.
Le voglie più usuali
Come in tutti i periodi di maggior angoscia, anche in questa fase della vita compaiono voglie precise, abbastanza ricorrenti. Una delle piú comuni é un'accentuazione, o spesso la scoperta, di un desiderio di dolci. Gli psicoanalisti ci direbbero che questa voglia puó essere reminiscente dell'infanzia, o di come questo desiderio possa vicariare altre carenze affettive. É anche possibile che per alcune vi sia in aggiunta un'alterazione del metabolismo degli zuccheri, con tendenza all'ipoglicemia (caduta del livello degli zuccheri nel sangue) improvvisa.
Ancora piú netta, quasi patognomonica, la voglia di cioccolato, decantato e celebrato con uno specifico rito cerimoniale da madame de Sevigné nel 1660, che ne lodava le virtú corroboranti tanto da farla rapidamente dilagare in tutti i salotti della nobiltá europea. Piú freddamente i farmacologi ci fanno notare come la cioccolata abbia un preciso effetto antidepressivo, forse per le tracce di teobromina e di caffeina, o piú probabilmente per il suo essere veicolo del triptofano, un aminoacido che si trasforma in serotonina, la cui carenza nel cervello, contribuisce ad innescare stati depressivi. Per molti è sicuramente capace di produrre vere condizioni di assuefazione. É sicuramente una gratificazione. Ma, anche qui, sopratutto un problema di misura: mentre piccole quantitá quotidiane, opportunamente considerate nel bilancio calorico, rappresentano un piacere particolare cui puó essere giusto non rinunciare, quantitá piú elevate, divorate quasi in dispregio del proprio corpo, assumono la valenza di un atto contro se stesse.
Altre volte emerge la voglia di farsi notare, di imporsi all'attenzione, di mettersi in evidenza: quasi l'espressione di un narcisismo recuperato, per forzare giudizi, per sfidare gli altri, per comunicare messaggi non altrimenti esprimibili. Per molte la voglia di mascherarsi, con acconciature strane, che consentano comunque di mantenere il centro dell'attenzione. Comunque, assai spesso, una reazione all'isolamento, un rifiuto al mettersi da parte. Una spinta che puó anche rivelarsi positiva, o meglio propositiva, se non lasciata come unica risorsa, come sola possibilitá di rapporto.
Ovviamente la voglia di sedurre, a volte esercitata con uomini piú giovani, quasi ad affermare potenzialitá ancora molto forti. Non sempre diventano rapporti sbagliati: per alcune si rivelano tanto solidi da resistere, o comunque capaci di dare nuovi appagamenti, nuovi equilibri: piú soddisfacenti, piú rasserenanti. Altre volte appaiono come tristi rincorse dei tempi passati: quasi che il giovane compagno diventasse un vestito con cui negare gli anni trascorsi.
Quasi sempre voglia di tenerezza, e di gravidanza. Spesso un desiderio tenue, altre volte una ricerca forsennata. Sono i percorsi del rimpianto, con i quali ognuna deve fare i suoi conti, e le sue previsioni.
Conclusioni
La realtà della menopausa è quanto mai soggettiva ed individuale. Come in tutti i momenti più importanti della vita, ognuno mette in gioco le proprie difese, le proprie strategie. Spesso inconsapevoli. Il consiglio più generale è di non lasciarsi isolare, di non chiudersi in sé stesse, di non viverla come malattia da nascondere. Bensì rendersi conto che è un periodo di disagi, che occorre sapere far emergere, per opporre potenzialità positive, per contrapporre energie e potenzialità. E’ un percorso difficile, da affrontare con nuova indulgenza, soprattutto verso sé stesse. Per le nostre antenate era quasi un prepararsi ad uscire di scena. Oggi invece appare un’esperienza ancora dolorosa, ma sicuramente attraversabile, con gratificazioni insperate, con gioie nuove ed anch’esse esaltanti. Come dimostrano le tante oltre-cinquantenni che si vedono attorno a noi, sorridenti, attive, ed efficienti.