La Menopausa delle Nostre Antenate

Le prime testimonianze fino al '600

Il malessere della menopausa, il bisogno di cure, la necessitá di terapie, sono esigenze moderne o giá presenti al tempo delle nostre antenate?

Non vi sono molte testimonianze, ma gia' Ippocrate, nel 460-377 a.C., aveva colto 3 conseguenze precise: la deformazione dello scheletro, cui la donna puo' andare incontro per osteoporosi; l'irsutismo (crescita di peli, sopratutto sul labbro) post-menopausale ("...mulieres deformantur et hirsuti fiunt et virilem habitum contrhunt..."), e la comparsa della gotta, malattia osteo-articolare da cui le donne sarebbero state immuni prima della menopausa ("...mulier podagra non laborat nisi menstrua defuerint...").

Sull'epoca di insorgenza della menopausa Aristotele (384-322 a.C.) diceva che le mestruazioni cessano normalmente intorno ai 40 anni, anche se possono continuare fino ai 50 anni. Molto piu' tardi A. Raciborski scriveva: la mestruazione "...manca il piu' dell'anno quarantesimo quinto, fino al cinquantesimo: che quivi le donne pongono termine al produrre de' figliuoli. E benche' alcune trapassino questo segno; tuttavia intraviene rare volte, ma ben veggiamo in molte cessare il mestruo prima: come e' da trenta due anni fino a quarantacinque...".

E' da dire, sempre sull'epoca di scomparsa dei flussi, che spesso i medici accreditavano vere e proprie leggende: Velasco di Taranto riferisce di aver assistito al parto una donna di 67 anni, Haller di un parto da donna di 63 ed un altro in donna di 70 anni. Ma probabilmente, in molti di questi casi, le date di nascita erano imprecise, non registrate, suscettibili di grosse imprecisioni.

Altre volte perdite simil-mestruali venivano regolarmente scambiate con flussi normali: "...si e' veduto, cosa assai piu' straordinaria, ricomparire mestruazione ad un'eta' avanzatissima, anche in quella della decrepitezza, ancorche' fosse cessata all'epoca ordinaria, ..." come "...in donna ottuagenaria ..." che "...avea avuto la mestruazione...senza provare il minimo incomodo... o di una simile ricomparsa all'eta' di 106 anni...".

Sicuramente, nei tempi antichi, la menopausa concideva con la vecchiaia ("...i menstrui si fermano quando la donna si e' fatta vecchia..." [in Marinello G. Le Medicine Partinenti alle Donne, 1563] "...la puberta' e l'eta' critica: due epoche, per cosi' dire, estreme, che possono chiamarsi la primavera e l'inverno della donna, poiche' indicano l'incominciamento e la cessazione della fecondita'..." in Capuron J., 1826).

Cosa sappiamo dei sintomi? La mancanza di accurate descrizioni ha fatto spesso ritenere che non fossero un problema. Secondo alcuni, perche' la vita media era molto piu' breve di quella attuale. In realta' la elevata mortalita' neonatale, infantile e da parto decimava il genere femminile. Non a caso nelle tante fiabe degli anni passati le matrigne sono molto ricorrenti. Ma, le poche donne che raggiungevano i 50 anni avevano anche allora, nei secoli scorsi, una buona aspettativa di vita, tale comunque da far percorrere molti anni in menopausa. Sappiamo, ad esempio, che Livia Drusilla, moglie di Augusto, morí ad 87 anni. Probabilmente se ne parlava poco perche' interessava un piccolo numero di donne.

Inoltre, le persone destinate a prendersi cura di questi sintomi non erano medici o comunque persone istruite: ma per lo piu' vecchie donne, a volte un pò praticone e ciarlatane, ma a volte molto sagge ed esperte, le cosidette mammane, che nel Medio Evo, si prendevano cura dei malanni delle altre donne, sia nel parto che, a maggior ragione forse, in menopausa. Quasi sempre piu' pratiche che colte, probabilmente analfabete, quindi incapaci di scriverne . Da una delle piu' sagge e famose, Trotula de Ruggero, autrice di un bellissimo testo Sulle Malattie delle Donne leggiamo: "...dal momento che tali malanni si manifestano nelle zone piu' intime, le donne non osano, per riserbo e per fragilità della loro condizione, rivelare al medico i tormenti provocati dal dolore...". Nello scritto di questa dottoressa ante litteram compaiono rimedi per molti sintomi della menopausa: il prurito della vulva (...prendi canfora, litargirio, bacche di lauro e albume d'uovo e fanne pessario o un'irrigazione. Galeno dice che la polvere di fieno greco con sangue d'oca e' salutare per l'indurimento dell'utero. Così consiglia anche Ippocrate...), sui polipi ed emorroidi (...prendi cuoio vecchio e noci di cipresso, lasciali cuocere nel vino e facci sedere sopra la donna finche' potra' sopportarlo. Finito il lavacro, prendi allume bianco in polvere, confeziona una supposta e applicala...), contro le rughe (...prendi un gladiolo, cavane il succo e, con questo succo, spalmati mattina e sera il viso...), per schiarire il viso (...prendi un pò di fave, stemperale in poca acqua fredda, stropicciando sempre le mani, e spalma la sostanza sul viso con le due mani, avendolo prima lavato con acqua e sapone...), per depilazione (...e se vorrà togliersi la peluria dal viso... si spalmi con l'unguento ...sciogliere colofonia e cera in un recipiente di terracotta, si aggiunga poi una goccia di galbano e si cuoccia il tutto a lungo rimestando con una spatola. Si metta in seguito mastice, olibano, e gomma arabica e li si amalghimi al resto... Quando il composto si sia raffreddato un pò, ci si deve spalmare il viso evitando le sopracciglia. Dopo un'ora, quando si sarà raffreddato, lo si asporti: si otterrà una pelle sottile e un viso bello, senza peli e ogni altra impurità...). Rimedi empirici, generalmente forse poco efficaci, ma che ben confermano una diffusa richiesta di aiuto e di rimedi.

Una terza considerazione, sulla scarsità di testimonianze ritrovabili sui sintomi della menopausa, deve tener conto dei tempi antichi, quando sostanzialmente mancavano analgesici o anestetici, ed antibiotici: sicché gran parte delle patologie erano rappresentate dalle infezioni, dagli ascessi, dalle febbri, e dai dolori che ognuna di queste condizioni comportava. Malesseri cosí gravi e dolorosi da rendere trascurabili i sintomi della menopausa .

Ma, proprio in questo quadro, le scarse testimonianze che pure ci rimangono, appaiono del tutto stupefacenti. Nel 1563, quattro secoli addietro, l'abate Giovanni Marinello scrive: "...quelle a cui (i mestrui) sono fermati ...sono del tutto inferme e massimamente in que' membri, che sono congiunti, e hanno non so che corrispondenza con la matrice: come sono lo stomaco e la testa: percioché, cosí come si fermano i mestrui; cosí nascono dolori, aposteme (piaghe, ulcerazioni del collo dell'utero), male agli occhi, debile vista, vomiti, febbre; e desiderano piú che mai l'huomo, la matrice (matrice é una delle denominazioni piú antiche dell'utero) d'altra parte mal sana, tutto dí ó ascende ó discende (si prolassa), ó fá altri atti gravi a sostenere, appresso ne nasce strettezza di petto (prima descrizione dell'angina pectoris in post-menopausa ?), sfinimenti di cuore, affanni, singhiozzi, e altri noiosi accidenti, per gli quali la donna alle volte si muore, ne avengono anche sputi di sangue, hemorroidi...". Come si vede una sintomatologia ricca, drammatica, per alcuni segni, singolarmente attuale, tanto piú straordinaria quando si pensi che la donna che giungeva alla menopausa, a quei tempi, poteva davvero considerarsi una superstite, per essere sopravvissuta ai pericoli del parto ed alle carenze alimentari dei lunghi periodi di allattamento al seno. É da dire che il Marinello non é un autore qualsiasi, ma un medico rivoluzionario, il primo a scrivere in italiano, con l'esplicita volontá di farsi capire da tutti, anche sapendo di attirarsi, per questo motivo, le antipatíe dei colleghi per questo suo svelare modalitá di diagnosi e di terapie.

 

Il nuovo interesse alla Corte del Re Sole

E' solo verso la metà del secolo XVII che le malattie delle donne cominciano ad entrare nella sfera di competenza dei medici: succede quando, per il parto di una delle favorite del Re Luigi XVI, Louise de La Vallière, nel 1663, viene chiamato un chirurgo. Ma, ancora in quei tempi, si era soliti visitare la donna facendo l'esplorazione vaginale, quando consentita, con gli occhi bendati, o ponendo le mani sotto gli abbondanti vestiti, o nascosti da particolari schermi protettivi.

Nel 1761 il celebre dr. Astruc, inventore dello speculum vaginale (lo strumento ancora oggi utilizzato per vedere l'interno della vagina), publica un libro: Traité des Maladies des Femmes, oú lón a taché de joindre á une theorie solide la pratique la plus sure e la mieux eprouvée. Avec un catalogue chronologique des medicins, qui on ecrit sur ces maladies. In questo libro, e giá in alcune tesi di laurea, vengono descritte le emorragie del climaterio e le irregolaritá mestruali meno gravi.

Le terapie a quei tempi

Gran parte degli scritti medici tratta sopratutto dei rimedi rivolti alla terapia di due condizioni estreme: la mancanza di flussi, ritenuti necessari per l'eliminazione delle tossine, ed un loro eccesso, o metrorragie, particolarmente temibili in tempi in cui non esistevano trasfusioni o valide terapie per l'anemia (allora chiamata clorosi).

Ma, anche se non si trovano descritti, sicuramente i disturbi della menopausa erano abbastanza forti da sollecitare rimedi, piú o meno forti. Tanto che, quindici anni piú tardi, in uno degli scritti che esercitó vasta influenza sul sapere medico di quei tempi, J. Fothergill (On the Management Proper at Cessation of the Menses), formula l'ipotesi, quasi rivoluzionaria, secondo la quale i sintomi del climaterio non erano dovuti alla ritenzione di umori corrotti, cioé alla mancanza dei flussi, bensí proprio ai medicamenti utilizzati, tipo emmenagoghi (farmaci che inducono dei flussi mestruali), aloe ed altri purganti, tutti capaci di causare dolori, stranguria (difficoltá nella minzione), o vere e proprie emorragie uterine. Mettendo in guardia contro la eccessiva medicalizzazione del tempo, raccomandando atteggiamenti piú cauti, essenzialmente rivolti a ridurre la ritenzione di liquidi, chiamata pletora, sostanzialmente denunciava quanto forte fosse l'esigenza di farmaci per le donne in menopausa.

Compare anche il libro del dr. J. de Langrois: Conseils aux Femmes de Quarante Ans (1781) per la veritá limitata solo ai primi disturbi del climaterio. Erano ancora tempi in cui molti negavano l'esistenza di un cancro del collo dell'utero ("...the non-existent disease..." T. Denman, 1794 in An Introduction to the Practice of Midwifery), o in cui si portavano avanti vere e proprie campagne contro le innovazioni, come appunto l'uso dello speculum (in The Warfare Against the Speculum, di W.J. Rankling (1850).

Nel 1816 C.P. de La Gardanne scrive il suo Avis aux Femmes qui Entrent dans l'Age Critique, riportando largamente il parere di altri autori, e nel 1821 conia, per la prima volta, il termine di menopausa nel suo De la Menopause, ou de l'Age Critique des Femmes. Il moltiplicarsi di libri su questo argomento dimostra quanto fosse ormai diventato popolare l'argomento.

Con la Rivoluzione Francese, malgrado i primi interessi dedicati ai diritti femminili, il destino della donna diventa ancora piú dipendente dal suo aspetto fisico, dal suo sex appeal. Sicché la menopausa, come negazione di gioventù e di attraenza sessuale, appare, ancora piú che nelle epoche precedenti, sinonimo di morte sociale e di abbandono. Il destino di "...una donna che prima era l'ornamento dei salotti per la sua bellezza, ..." e che ora "...interroga vanamente gli occhi che si incontrano con i suoi ..." (C.F. Menville de Ponsan in De L'Age Critique chez le Femmes, des maladies qui peuvent survenir á cette epoque de la vie, et des moyens de le combattre). La Medicina di allora esprime la cultura di quei tempi. I ripetuti sforzi di queste donne per conservare o recuperare un aspetto piu' giovanile vengono non solo considerati come obiettivi futili dai medici, ma addirittura giudicati come estremamente disdicevoli.

Dalla fine del XVIII all'inizio del XIX secolo emerge gradualmente uno straordinario interesse per il climaterio e per le terapie da proporre. Non solo i disturbi delle donne in questa fase di vita diventano motivo di rinnovato interesse, ma finalmente si comincia a parlare di sindrome climaterica, ossia di un insieme di malesseri che caratterizzano questa etá. I medici scrivono nuovi trattati, facendo menzione di sintomi fisici e di disturbi mentali, sottolineando il nesso, la simpatía fra utero (ossia apparato genitale) e sistema nervoso centrale.

Nel 1826 J. Capuron, nel suo Trattato delle Malattie delle Donne, dalla Pubertá sino all'Etá Critica inclusivamente, sotto il capitolo intitolato Delle Malattie simpatiche e generali delle donne all'Etá Critica, propone una serie di correlazioni fra utero e sistema "simpatico" (contrapposto al sistema nervoso "parasimpatico"), inteso come sistema nervoso centrale. In particolare riporta il parere del prof. Pinel, secondo il quale "...le donne, all'epoca della cessazione de' loro mestrui provano affezioni singolarmente varie, o le risentono ad un grado piu' grande di esacerbazione, se siano semplicemente rinnovate... . Non dovró passar sotto silenzio, tracciando le conseguenze della cessazione d' mestrui, i mali nervosi e complicati che possono nascere, l'ipocondría o l'istería che cosí spesso resistono ai compensi della polifarmacia. Talora si osservano dolori spasmodici, moti convulsivi, coliche; altre nfiate flatulenze incomode, rivolgimenti interni diretti verso l'esofago, singhiozzi anomali e stridenti, un senso di soffocazione nella regione precordiale o di strangolamento nel laringe e nell'esofago; spesso distensioni flautolente delle intestina, restringimento spasmodico del retto o anche spasmi dolorosi dell'utero, che simulano le doglie del parto, o producono le sensazioni piú bizzarre e le piú insolite. In molte donne..." aggiunge l'autore riportato, Pinel, "...le malattie, altra volta sofferte, ritornano piú frequentemente e con piú violenza. Spesso si hanno sintomi decisi di pletora, ardori vaghi ed irregolari, veglie o sogni molto incomodi, respirazione ineguale e laboriosa; in certi casi infiammazione delle intestina, affezioni spasmodiche in differenti parti, articolazioni gonfiate, dolorose, o con segni infiammatori, emorroidi, ed altri effetti di una pletora ben caratterizzata. Questi accidenti sono piú o meno urgenti, e piú o meno disposti a rinnovarsi dopo la calma di uno o due anni. Alle volte esiste uno scolo eccessivo, oppure un pericolo imminente di un'apoplessía o di una paralisía [ictus, da ipertensione] se non si ricorra al salasso. Finalmente, paragonando le osservazioni sopra riportate ... sopra le diverse malattie acute o croniche, che possono complicare la cessazione delle regole o l'etá critica, sembra che si potrebbero farvi entrare, cosí come nell'amenorrea, quasi tutte le malattie interne, a motivo degli stessi rapporti simpatici dell'utero con tutte le altre funzioni dell'economia animale...". Una descrizione fin troppo cruda dei sintomi che, solo a volte s'incontrano, e che in quei scritti risultano enfatizzati e generalizzati, come spesso peraltro nei testi medici di allora.

Nel 1829 Jean Georges Lobstein, patologo di Strasburgo, descrive per la prima volta l'osteoporosi nel suo Traité d'anatomie pathologique attribuendola principalmente alla vecchiaia. Sarà solo nel 1940 che Fuller Albright e collaboratori ne riconosceranno la causa più frequente nella carenza di estrogeni (Postmenopausal Osteoporosis, Trans. Assoc. Am. Physicians 55, 228, 1940), passando poi a trattarla nel 1941 (J. Med. Ass. Am 116, 2465) con gli estrogeni appena isolati da D.W. MacCorquodale dal liquido dei follicoli ovarici.

Tornando al 1846, Raciborski, nel suo libro Della Pubertá e dell'Etá Critica della Donna, scrive: "...Molti autori hanno riguardato assai pericoloso per le donne il passaggio della vita riproduttiva alla cessazione dei mestrui e l'hanno pure designato con il nome di Inferno delle Donne...". Come si vede una testimonianza precisa e drammatica, che non ci consente, in alcun modo, di ritenere che i disturbi della menopausa fossero pochi o trascurabili, o inapparenti.

Nel 1851, con un insieme di articoli (On the Management of Women At, and After the Cessation of, Menstruation, Provincial Medicine and Surgery Journal, pg 545-548), e nel 1857, con il suo libro, The Change of Life in Health and Disease. A practical tratise on the nervous and other affections incidental to women at the decline of life, Edward John Tilt, un inglese che aveva studiato a Parigi (considerata una universitá assai piú avanzata di quella di Edimburgo), riprende molti degli argomenti proposti da Capuron e da altri autori francesi. Suo merito sará innanzitutto di distinguere meglio la fisiologia dalla patologia, facendo derivare dalla conoscenza della prima la comprensione della seconda. Ma sopratutto rivendica l'importanza della rete nervosa delle ovaie, attribuendo a queste connessioni, in un'epoca in cui ancora l'endocrinologia non si conosceva, l'origine anche nervosa dei disturbi propri della menopausa. Fino a Tilt la teoria piú accreditata riteneva che, a causa della mancanza di flussi, nel sangue si accumulassero delle tossine, responsabili della specifica sintomatologia della donna in menopausa. In conseguenza di questa ipotesi le donne venivano sottoposte a frequenti e pericolosi salassi, con incisione chirurgica delle vene, con abrasioni cutanee, con coppette riscaldate per produrre vesciche, con purganti o con sudorazioni profuse.

Tilt continuerá a consigliare alcuni di questi rimedi, sopratutto i salassi e le sudorazioni, ma non piú per eliminare tossine, quanto per ridurre la pletora (ritenzione idrica, pericolosa nelle ipertese). Ed infine porrá molta enfasi nell'uso di calmanti e sedativi, quelli di cui allora si disponeva: oppio e cannabis, e successivamente bromuro, per ...evitare che le donne ricorressero all'alcool: le piú povere al porter [sorta di birra scura] ed al gin, le piú ricche al vino ed al brandy.

Sicuramente é stupefacente il riscontro di una sintomatologia cosí ricca ed attuale come questa riferita dai testimoni dell'epoca. Eppure quelle antenate erano donne giá immerse in una serie di disagi, precedenti la menopausa, che in qualche modo, ne dovrebbero aver sminuito la portata sintomatologica. La scarsa abitudine a lavarsi, la mancanza di norme igieniche, favorivano tremende infezioni. Per quanto non si possa generalizzare, nel distretto di Rhon, nel 1881, il dr. K.H. Luben riferiva che gli abitanti erano talmente sudici da far ritenere che i piú fossero stati "...lavati per la prima ed ultima volta dalla levatrice...". L'Ufficiale sanitario di Roding, nel 1860, riferiva che: "...le donne si lavano solo la domenica e le feste, limitandosi alla faccia, il collo, le braccia ed i piedi. Esse ritengono che lavarsi o pulirsi le parti intime sia atto peccaminoso o sconveniente...". Una giovane studentessa in medicina, a proposito di due villagi del Wurttemburg riferiva che le uniche parti del corpo che "...le donne qualche volta si lavano erano la faccia, le mani ed i piedi...". Molte donne, nei tempi antichi, si mestruavano addosso. Ancora non si usavano le mutande perchè si riteneva che "...le parti genitali non devono esser bloccate con un panno o con tamponi, per non ostacolare la pulizia , visto che durante i mestrui le donne si purificano del male e della sporcizia...". Le tante sottovesti che di solito venivano indossate, servivano non solo a proteggere dal freddo, ma anche ad assorbire o nascondere le perdite vaginali. Queste pessime condizioni igieniche favorivano le perdite vaginali, eufemisticamente chiamato il fluor (fiore) bianco, rappresentazione eufemistica di vaginiti, cistiti ed uretriti spesso cronicizzate, non di rado favorite da vaste cicatrici da parto, spesso con fistole (comunicazione patologica fra vescica e vagina, o fra retto e vagina).

I pidocchi e le pulci erano praticamente la norma. Tanto che monsignor Della Casa, nello scrivere il suo Galateo, raccomandava di non grattarsi mai la testa durante il pranzo, che, a quei tempi, non prevedeva l'utilizzo di forchette. Verso i quarant'anni molte donne avranno avuto grossi problemi ai denti, magari con ascessi dolorosi, difficoltá alla masticazione ed alla nutrizione. Nel 1854 il dr. Goldschmidt dice "...la bellezza e la freschezza delle giovani ha disgraziatamente breve durata (probabilmente a causa della loro vita miserabile e della mancanza di cure quando malate), di solito dura poco oltre l'infanzia... Spesso ho scambiato una madre, che mi mostrava il bambino, per la nonna...".

Malattie sistemiche comuni, a quei tempi, erano il rachitismo, l'anemia, le infezioni tubercolari, le cardiopatíe, tutte rese piú gravi dalle gravidanze quasi inevitabili (ancora non si sapeva molto dell'ovulazione: la donna era ritenuta fertile sopratutto durante le mestruazioni, assimilandole all'estro degli animali, ossia alle perdite rosse che hanno le femmine per segnalare ai maschi le stagioni dell'accoppiamento).

Accanto ai sintomi, persistevano le paure di oggi, anche in queste antenate, almeno nelle piú benestanti. Nelle classi piú elevate, dopo aver partorito 3 o 4 figli, ed aver assicurato un erede, che avesse superato il periodo infantile, la donna poteva ritenere di aver assolto i suoi compiti e doveri principali. E in menopausa iniziava, forse, il periodo di maggiore tranquillità, anche per il poter disporre di una libertá prima negata: di poter condurre una vita piacevole. Poteva addirittura avere accompagnatori fissi, i cosidetti cicisbei, che in pratica erano degli amanti socialmente riconosciuti. Spesso animava il suo salotto, acquisendo una capacitá di influenza quanto mai importante. Ma, tutto ció, richiedeva una buona presenza fisica, un conservato sex-appeal, una certa disponibilitá sessuale. La moda le veniva in aiuto per mascherare i primi cambiamenti. Il trucco del viso, giá abbastanza pesante, con i nei, il rossetto, il fondo-tinta, serviva ora a nascondere le prime rughe. Le parrucche, bianche per la cipria profumata, aspersa con molta generositá per coprire umori maleodoranti, mascheravano perfettamente i primi capelli grigi, e comunque eliminavano uno dei simboli dell'etá piú avanzata. I vestiti in parte modellavano il busto, con stecche di balena, dall'altro consentivano di nascondere, con le ampie gonne, l'eventuale, incipiente, pinguedine. Tutti questi accorgimenti, ieri come oggi, permettevano di conservare una certa immagine, rendendo meno evidente il passare degli anni. Immagine cui sicuramente le gran dame dovevano molto.

Marilyn Yalom, una studiosa della donna all'epoca vittoriana, nel suo libro Victorian Women, fá notare come a quei tempi "...la donna veniva vista esclusivamente nel suo ruolo di macchina riproduttiva della specie...". Una volta infeconda o vedova era indotta a vedere la menopausa come "...la strada verso la vecchiaia, che si percorreva a rischio della propria vita...".

Nel 1886 i sintomi della menopausa vengono chiaramente collegati alla cessata funzione ovarica: ciò porta a specifiche terapie ormonali già pubblicate 10 anni dopo, e sicuramente non molto attraenti. La scelta andava da urine di donna gravida, da assumere mediante ipodermoclisi (simili alle iniezioni intramuscolari, ma più dolorose) o frullati freschi di ovaia (da bere?), ad estratti di ovaia o placente, o polveri di ovaia essiccate, da prendere per via orale o iniettare sottocute. E' soltanto nel 1923 che Edward Doisy riconosce con esattezza gli estrogeni, mentre nel 1929 Edgar Allen scopre il progesterone. Negli anni '40 la sintesi dei primi estrogeni, e lo sviluppo e purificazione del Premarin. Nel 1966 R. Wilson pubblica Feminine forever, di cui vengono vendute le prime 20.000 copie in soli 7 mesi. Inizia la nuova era, con luci ed ombre, con nuovo mercato, ma sopratutto con la voglia di fare qualcosa. Di affrontare, con nuovi strumenti scientifici, il malessere della menopausa.

 

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